Il Vuoto Sociale

RIPRENDIAMOCI I NOSTRI FIGLI

Ci si deve interrogare sul profondo male che affligge i nostri ragazzi, figli di una società che non vede altra soluzione al dolore se non il suicidio e la fine. Viviamo nel XXI secolo, in quella che è definita “era della comunicazione”, ma è evidente che la comunicazione più importante tra gli uomini viene a mancare e i meccanismi dell’avidità, dell’egoismo, della mancanza di cooperazione sembrano essersi impadroniti del mondo.

Mentre noi distratti dalla lotta alla sopravvivenza quotidiana ci affanniamo per costruire loro un futuro, il “NULLA” travolge le loro esistenze e ce li porta via. Spesso sentiamo affermare che “siamo soli”, i nostri giovani potrebbero apprendere dall’esperienza con il proprio compagno di banco, o con le migliaia di persone che incontrano ogni giorno sui mezzi di trasporto o passeggiando per le strade della propria città, ma non lo fanno. Se li osserviamo in strada o negli autobus rappresentano lo specchio di una triste realtà: auricolari con musica assordante, sguardo basso e interesse totalmente assente per l’altro.

I nostri ragazzi raramente si “concedono” alla nostra presenza, quando accettano di stare con noi mostrano scarso entusiasmo e si alienano quanto più possibile con il loro cellulare di ultima generazione, preferendo la loro realtà virtuale nella quale possono essere liberi, esprimendo loro stessi sempre più in chiave individualistica. La società dei digital native che ci impone di apparire interessanti, brillanti ed esclusivi, ci impone altrettanto di escludere chi ritiene essere diverso per i motivi più disparati. È la perdita del “ centro assoluto”, di qualcosa di fondante su cui costruire un sistema di valori, è il dilagare di un profondo senso di insoddisfazione, è il vuoto interno che va affrontato con la consapevolezza di far capire che non sono loro sbagliati ma chi li martella ogni giorno con modelli di perfezione che non esistono.

Ma noi non ci arrendiamo, non vogliamo e non possiamo pensare che non si possano trovare soluzioni che possano invertire la rotta.

Non vogliamo politiche per i giovani, ma dei giovani.

Dobbiamo svecchiare le vecchie politiche giovanili sono i giovani che devono diventare protagonisti delle scelte che li riguardano con progetti e iniziative create dai giovani e per i giovani, con il supporto delle istituzioni e degli istituti scolastici. La politica deve essere ascolto, partecipazione, ma anche decisione, perché abbiamo bisogno di poter contare su tutte le intelligenze per costruire il futuro. Dobbiamo far riemergere il bisogno di comunità, ossia di “bene comune”,  prendere parte alla vita del territorio in cui si vive per sentirci parte di essa, la costruzione di un” clima” buono dove c’è anche una dimensione di svago e di piacere. Il “bene  relazionale” come nuovo prodotto proposto dal Comune: è indispensabile che i giovani possano esercitare la loro influenza sulle decisioni e sulle attività che li riguardano. Occorre scommettere sul protagonismo sociale dei ragazzi e contrastare il rischio che le città siano abitate da individui cioè soggetti che “non dividono” il loro spazio sociale con altri. Come può allora la città trasformarsi da spazio fisico in laboratorio sociale e culturale dove i giovani possono trovare stimoli e strumenti per inventare nuovi mondi possibili? Noi la vediamo come creazione di una “Cittadella dei giovani”, spazi gestiti in convenzione con l’amministrazione comunale, spazi aperti da mattino a notte, veri e propri cantieri culturali giovanili, dove l’espressività è di casa, in quanto offrono LUOGHI per mostre di giovani artisti, sale prove,spazi per praticare sport, concerti, incontri, dj set,  teatro, cinema, video, tecnologie digitali, equo bar:  un unico spazio che offre più servizi, ma molto calato nelle comunità locali in quanto frequentato non solo da giovani, ma anche da adulti, anziani, famiglie e bambini, un aiuto a rafforzare le relazioni di vicinato. Le nuove politiche giovanili devono essere politiche della cura dell’incontro e delle relazioni sociali, della fiducia tra le generazioni. C’è bisogno di coinvolgere i giovani in operazioni di servizio e cura reciproca e nello stesso tempo di incontrarli uno per uno e quindi di politiche che non possono essere circoscritte ad un ente locale; occorre una regia più ampia che coinvolga le associazioni con iniziative che vedono gli adolescenti responsabili dei più piccoli, cantieri di lavoro sociale ed esperienze lavorative create all’interno della scuola.

I nostri figli sono una risorsa non sono un problema ed è ora che le istituzioni se ne accorgano.

P.L.

 

 

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